Il blog del corso di Progettazione Urbanistica

La riparazione della città diffusa

Archivio per Una certa idea di città. Libri

“L’atteggiamento implicito nel consumismo è quello dell’inghiottimento del mondo intero” (Erich Fromm, Avere o essere?)

“E’ più dannoso per l’ambiente usare un bicchiere di carta o uno di plastica? Stappare una bottiglia di vino arrivata dalla Francia via terra o dalla Spagna via mare? La risposta non è mai ovvia, e spesso l’acquisto “verde” è un miraggio: i pomodori “prodotti localmente” a Montreal, in Canada, vengono selezionati in Francia, crescono in Cina e germogliano in Ontario prima di arrivare nelle serre del Quebec. Su ogni oggetto  che compriamo è nascosto un “cartellino del prezzo” aggiuntivo: sono i costi che paga il pianeta, e quindi la nostra salute.” Daniel Goleman “Intelligenza ecologica”

Maniera di pensare l’urbanistica-Le Corbusier

“La tecnica ha ampliato i confini della poesia; non ha ostruito gli orizzonti, né ucciso lo spazio, né imprigionato i poeti. Con la precisione dei suoi strumenti d’indagine, essa ha dischiuso dinanzi a noi spazi fantastici, ha aperto al sogno i mondi stellari e la vertiginosa profondità della vita sulla Terra;  “

“Gli strumenti e le ricerche degli scienziati hanno dimostrato che certe rocce sono costruite dai resti di miliardi di esseri che abitarono un tempo i mari:esseri che furono splendenti di forme armoniose e che ora si addensano a milioni in ogni millimetro cubo di roccia…che frantumate o sollevate da incidenti geologici, hanno eretto scenari grandiosi, panorami “eterni”.

Con la pietra cavata da esse sono state costruite le case come i muri lungo le strade e tra i vigneti. Esiste un legame necessario…un nesso tra quello scenario, quei muri, quelle case, quei focolari, quegli uomini, quella tradizione, quel dovere…

Ed ecco che candidamente lo scienziato ci informa che, tutto considerato, quella roccia è nata, trecento milioni di anni fa, nelle profondità degli abissi marini, sotto diecimila metri d’acqua salata; quelle aspre montagne, quei severi profili che si stagliano contro il cielo non sono che dei fondali marini a cui sono capitate alcune disavventure.

La lezione da trarre non consiste nello stabilire un legame assoluto di necessità tra il destino di una roccia e quello di una casa, ma-lezione ben più eloquente-nel prender coscienza che le rocce di cui ammiriamo la bellezza sono un miracolo di composizione cellulare, veri palazzi microscopici di calcare cementato dalla silice;

che la natura è organizzazione nell’infinitamente grande come nell’infinitamente piccolo e che l’uomo si sentirà confortato e rassicurato quando con le sue opere si sarà messo in armonia con l’universo, con le leggi della natura nella quale tutto nasce, si sviluppa, muore e si rinnova senza fine “

“La tecnica non è antagonista dello spirito…”

Facendo alcune ricerche sulla storia del quartiere analizzato nell’esercitazione 1.5. ho sfogliato questo libro di Le Corbusier, in quanto Gratosoglio è stata fondata sull’ideologia razionalista della BBPR (gruppo di architetti che seguivano i temi del razionalismo italiano), e devo dire che la filosofia di questo movimento, così come la spiega Le Corbusier è molto affascinante, in quanto cerca quasi di risolvere un dilemma esistenziale(quando dice che l’uomo è più rassicurato se le sue opere si allineano alle leggi/ al ciclo naturale), anche se mi sento di dire che nel costruire delle scatole di prefabbricati tutte uguali o serie di torri di 50 metri non c’è nulla di naturale anzi si rischia di allungare il ciclo naturale(sostenibilità), è anche vero che con lo sviluppo in verticale con ampie aree verdi c’è meno cementificazione del terreno, ma la dimensione umana è comparata ad una tessera inserita in un puzzle macroscopico in cui non c’è catattere né esternazione della cultura.

Questa filosofia spoglia gli esseri umani della loro dignità, delle loro individuali storie e peculiarità, della loro identità. Anche se tutto ciò non cessa solo perché abitanti di palazzi squadrati, ma forse viene velato(esattamente come il velo su un volto).

Inoltre penso che l’uomo davanti alla natura resti sempre un essre subordinato, quindi mettersi allo stesso livello di essa per cercare di costruire “montagne” di prefabbricati mi sembra che sia proprio contro natura.

E’ anche vero che con il sempre più crescente numero di abitanti non è possibile pensare a città fatte da villette monofamiliari che si diffondono a macchia d’olio, che forse la soluzione stia nel compromesso?

Semhal Tsegaye

Pirandello, Uno, nessuno e centomila

[…] “ma guarda un pò l’uomo, che è capace di fare! Mutila la montagna; ne cava le pietre; le squadra; le dispone le une sulle altre e, che è e che non è, quello che era un pezzo di montagna è diventato una casa”

-Io- dice la montagna -sono montagna e non mi muovo.

Non ti muovi, cara? E guarda là quei carri tirati dai buoi. Sono carichi di te, di pietre tue. Ti portano in carretta cara mia!

[…]

[…] Diciamo dunque che è in noi ciò che chiamiamo pace. Non vi pare? E sapete da dove proviene? Dal semplicissimo fatto che siamo usciti or ora dalla città; cioè, sì, da un mondo costruito: case, vie, piazze; non per questo soltanto, però, costruito, ma anche perchè non ci si vive più così per vivere, come queste piante, senza saper di vivere; bensì per qualche cosa che non c’è e che vi mettiamo noi; per qualcosa che dia senso e valore alla vita: un senso, un valore che qua, almeno in parte, riuscite a perdere, o di cui riconoscete l’affliggente vanità. E vi vien languore, ecco, e malinconia. Capisco, capisco. Rilascio di nervi. Accorato bisogno d’abbandonarvi. Vi sentite sciogliere, v’abbandonate.

Ah, non aver più coscienza d’essere, come una pietra, come una pianta! Non ricordarsi più neanche del proprio nome! Sdrajati qua, sull’erba, con le mani intrecciate alla nuca, guardare nel cielo azzurro le bianche nuvole abbarbaglianti che veleggiano gonfie di sole; udire il vento che fa lassù, tra i castagni del bosco, come un fragor di mare.

[…]

[…] Mutilare la montagna, atterrare alberi per costruire case. Là, nella città, altre case. […]

L. Prandello. Uno, nessuno e centomila

Anna Agostino

Patrick Chamoiseau, Texaco, Einaudi, 1994

Questo libo inizia con un urbanista che si appresta a studiare un insediamento informale, ai bordi di una città delle Antille. Presto iniziano a volare i sassi… La vita che si esprime nella baraccopoli viene fuori potente da un bel racconto che affonda le radici nel tempo.

Francesco Tonucci, La città dei bambini, Laterza

Per chi è progettata la città? Chi è il vero interessato nel creare una data strada, un determinato quartiere, un particolare giardino? I bambini e gli anziani (i due “estremi” opposti della società) hanno ormai un ruolo marginale (e di conseguenza degli spazi limitati), oppure c’è ancora la speranza di vedere dei bambini che non vengono sgridati dai condomini del quartiere per gli schiamazzi e per il troppo baccano (gli stessi condomini che non si lamentano del rumore del traffico…)?

Edoardo Salzano, Ma dove vivi? La città raccontata, Corte del Fòntego 2007

La città è la casa della società. Ma in che modo la società partecipa alla costruzione della sua casa? In che modo i cittadini esprimono la loro volontà sugli obiettivi, sulla priorità dei problemi, sulle soluzioni definite nei piani urbanistici?
L’obiettivo di questo libro è aiutare a comprendere la natura della città, le ragioni della crisi, gli strumenti disponibili per concorrere a trasformarla. L’urbanistica, un modo corretto di vivere e trasformare la città, non vince se non diventa un sapere diffuso, radicato fin dai primi gradi di apprendimento.
Da qui nasce l’esigenza di divulgare le ragioni dell’urbanistica e della pianificazione a un pubblico largo e soprattutto giovane. Da qui la scelta del titolo: ma dove vivete voi giovani e voi adulti che avete studiato ma conoscete poco delle cose trattate in questo libro che determinano la vostra vita e il vostro futuro?

 

 

 

Italo Calvino, Le città invisibili, Einaudi, 1972

“Non è detto che Kublai Kan creda a tutto quel che dice Marco Polo quando gli descrive le città visitate nelle sue ambascerie, ma certo l’imperatore dei tartari continua ad ascoltare il giovane veneziano con più curiosità e attenzione che ogni altro suo messo o esploratore”.

Così si apre il libro di Calvino che, come afferma l’autore stesso, “nasce un pezzetto per volta, a intervalli anche lunghi, come poesie che mettevo sulla carta, seguendo le più varie ispirazioni”.

“Gli antichi costruirono Valdrada sulle rive di un lago con case, tutte verande una sopra l’altra e vie alte che affacciano sull’acqua i parapetti a balaustra. Così il viaggiatore vede arrivando due città: una diritta sopra il lago e una riflessa capovolta. Non esiste o avviene cosa nell’una Valdrada che l’altra Valdrada non ripeta, perché la città fu costruita in modo che ogni suo punto fosse riflesso dal suo specchio, e la Valdrada giù nell’acqua contiene non solo tutte le scanalature e gli sbalzi delle facciate che s’elevano sopra il lago ma anche l’interno delle stanze con i soffitti e i pavimenti, la prospettiva dei corridoi, gli specchi degli armadi.”

Questa è una delle 55 città (ognuna delle quali possiede un nome femminile di derivazione classicheggiante) all’interno dei nove capitoli del libro.

Ma qual è allora il potere delle città e dei suoi paesaggi? Come fanno a ispirare l’immaginario collettivo?

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