Il blog del corso di Progettazione Urbanistica

La riparazione della città diffusa

post 2.5 capannori

Giovedì, 12 Maggio 2011, alle ore 15 presso la stazione di Tassignano è partito il gruppo di Progettazione per un primo itinerario attraverso la città di Capannori (Lucca), luogo scelto per l’esercitazione. Obiettivi di questa escursione sono stati l’analisi e la verifica dello spazio della progettazione, una scelta dell’area di studio, campo di applicazione di uno zoom progettuale all’interno del Masterplan. L’itinerario inaugurale, compiuto a piedi dal gruppo formato da circa cinquanta elementi tra ragazze, ragazzi e accompagnatori, è durato circa quattro ore, in cui sono stati percorsi alcuni chilometri di osservazione critica, lettura dei caratteri dello spazio cittadino, invasione delle corti sopravvissute; una marcia insomma, spedita ma attenta ai significati e alle cose.


Cercherò qui di ricostruire le mie impressioni, precisando prima che per me è stata la prima volta a Capannori; nel corso della prima esercitazione ho avuto l’occasione di scoprire un territorio molto vicino, in termini spaziali certamente, ma anche in termini di significato, di catalogo delle tipologie ed evoluzione di queste, di materiali impiegati e di utilizzo degli spazi, anche in relazione con il contesto della Piana lucchese. Prima riflessione: la percezione dei limiti dell’area (l’area studio?) è avvenuta per me in modo naturale, quanto lo è camminare; questo significa che accedere a Capannori dalla ferrovia di Tassignano è stata una buona idea, arrivandoci in macchina, ad esempio, avrei sicuramente perso qualcosa, il senso dell’orientamento certamente.  

Seconda riflessione: la Città, che impressione ho avuto di Capannori? Camminando, ho letto sul pannello di una sgangherata pensilina per bus questa dichiarazione: «Capannori….Pievi, Ville e Camelie», è sicuramente così, ma non è tutto. Per la verità durante tutta la camminata non mi è parso di scorgere alcuna camelia, ma queste restano pur sempre uno dei principali simboli dell’identità comunitaria, proprio come le Corti. Le Corti mi hanno colpito per la bellezza geometrica intatta che alcune conservano come per la capacità di essere stravolte completamente, nei colori, nei materiali, nelle soluzioni architettoniche prese in prestito da altre costruzioni, stili, nei significati. 

L’itinerario scelto mi ha portato attraverso una città di piccole dimensioni, trovo un incrocio importante, la “downtown”: una piazza su cui è affacciata severa la chiesa (sec VIII) con la sua torre campanaria, ma subito di là dalla strada la sfida di un edificio a torre, forse anni ’60, molto grande e molto alto (c.a 27mt.); giardini vuoti e parcheggi pieni, ricavati ovunque. Sul fronte stradale, edilizia residenziale a schiera saldata a case-corti trasformate o in via di trasformazione; sul retro, accessibile attraverso le aperture graziate dalle ristrutturazioni, piccoli spazi privatizzati e pavimentati. Ci si allontana da questa centralità attraverso attività commerciali al dettaglio, in una densità che si stempera. Un vero nodo di lynchiana memoria.

Dirigendosi a Nord, le tipologie si fanno in linea, alternandosi a recenti case isolate, gli spazi aperti aumentano, le strade ed i marciapiedi si allargano. Meno impermeabilizzazione ma pochissima attività urbana. Molta sobrietà. Bastano poche centinaia di metri e tutto cambia; allaghiamo il nuovo giardino vicino la Biblioteca Comunale “Ungaretti”, un piccolo stagno, una pista ciclabile, un anfiteatro. Lasciando perdere i commenti sullo stato del luogo non certo brillante, posso dire che ho trovato piacevole poter salire e sedermi su quegli spalti lignei e ammirare da una posizione elevata il margine est della città, la campagna immediatamente fuori. Lo stagno (vuoto) e la collinetta (pieno) sui quali è stato costruito teatralmente questo spazio di socialità sono una soluzione che mi ha rallegrato. 

Oltre la fila di pioppi che chiude il parco ed oltre la zona residenziale a nord, c’è il Comune. Piazza Aldo Moro è una curva, enorme, su cui si affacciano alcuni edifici in linea: il lato più lungo parallelo al fronte stradale e i grandi pini segnalano un insediamento anni ’70; l’edificio comunale ne è l’espressione massima. I materiali di cui è composto sono, in ordine: cemento, vetro e anodizzati a vari stadi di manutenzione; la forma architettonica risulta molto elaborata, il tipo architettonico è quello della fortezza. A coronamento del segno civile che la città ha dato a questa area, ci sono due altri edifici specialistici, pubblici; è la modernità, poca sobrietà. Svolgerò la mia esercitazione qui. 

Continuando il viaggio, attraversiamo la Piazza verso ovest e tagliamo così Capannori in due. Non cambia molto: ci ritroviamo speculari alla situazione che abbiamo osservato sul margine est, la città finisce, è evidente, per poi rarefarsi e ridensificarsi qualche chilometro ad occidente. Scendiamo verso il punto di partenza e ritorniamo verso Tassignano, non prima però di fare una visita a delle situazioni critiche osservate su carta in laboratorio. Si tratta di “scelte”, terreni su cui si costruirà oppure si lascerà crescere l’erba in attesa della prossima amministrazione: si crea così quel paesaggio di margine tanto pensato quanto osteggiato.    

Terza riflessione: parlare di città diffusa e di città compatta, di sprawl e del funzionamento, diciamo, “a geometria variabile” delle Corti lucchesi può essere la chiave per affrontare e sviluppare l’idea di città che ho in mente per l’esercitazione di progettazione. La riparazione della città diffusa sottintende un guasto, il problema della diffusione, della dispersione, quindi del “rosicchiare” territorio: con l’avanzare dei margini e l’estensione del paesaggio periurbano alla campagna tutto diventa indeterminato, instabile; in queste condizioni la progettazione cosa può fare? L’architettura cosa può fare?

Inventarsi nuovi limiti, cinture verdi, greenways, chiudere il cerchio e prospettare cunei altrettanto verdi che taglino queste nuove isole, creare un arcipelago. Dalla lettura del RU comunale viene fuori un’immagine abbastanza vicina a questa. Eppure, credo, che sia necessario accostare a quel sistema attivo-passivo che è il verde di connettività urbana (Art. 29, Titolo IV, Capo I, NTA ), un fatto urbano in grado di generare quel movimento che significa “comunità” e di impegnare i cittadini al vivere insieme, non dotandoli soltanto di “verde”, ma proponendo una lettura chiara dello spazio urbano che consenta perciò una scrittura autonoma del proprio vivere qui. Il modo per farlo è abbastanza semplice, non si tratta di una utopia, ma di un progetto che tenga insieme le necessità particolari dell’abitare in un luogo riconoscibile e la volontà di scoprire forme inedite di appartenenza alla comunità.

Per l’esercitazione finale ho scelto questa strada, la progettazione di un “centro civico”, una funzione pubblica, una piazza, l’utilizzo collettivo dello spazio, collegato alla scala urbana attraverso i percorsi nel verde sopra citati e ribaltando il senso, alla scala territoriale utilizzando l’architettura, aperta al territorio, rivolta fuori città, in grado di colpire l’immaginazione fornendo un punto di osservazione di quei mutamenti del paesaggio che devono essere ancora compresi.  Dove? (localizzazione) Aree per attrezzature di interesse comune (Art 36, Titolo IV, Capo I, NTA). Cosa? (funzioni) penso ad esempio ad una nuova biblioteca comunale, oppure un luogo legato al lavoro agricolo o florivivaistico (un consorzio agrario?), che ha di fatto creato questa comunità, magari entrambi.

In ultima, vorrei soffermarmi un attimo sulla pratica di camminare, elogiando la scelta dei titolari del corso di investire qualche ora di lezione in questa attività; faccio mie alcune parole trovate nel libro «Walkscapes» dove Francesco Careri, osserva come sia oggi possibile per l’architettura espandersi nel campo del percorso senza incappare nelle trappole dell’anti-architettura. La «transurbanza tra i margini della disciplina e tra i luoghi dove si incontrano città nomade e città sedentaria può costituire un primo passo [aggiungo… i paesaggi periurbani, contesti dove la dicotomia città nomade / città sedentaria trovano il loro terzo trasversale], camminare si rivela utile all’architettura come strumento conoscitivo e progettuale, come mezzo per riconoscere all’interno del caos delle periferie una geografia e come mezzo attraverso cui inventare nuove modalità per intervenire negli spazi pubblici metropolitani, per investigarli, per renderli visibili. Camminare è uno strumento estetico in grado di descrivere e modificare quegli spazi che presentano spesso una natura che deve essere ancora compresa e riempita di significati, piuttosto che progettata e riempita di cose.  Camminare si rivela uno strumento che proprio per la sua intrinseca caratteristica di simultanea lettura e scrittura dello spazio, si presta ad ascoltare e interagire nella mutevolezza di questi spazi, a intervenire nel loro continuo divenire con azione sul campo, nel qui e ora delle trasformazioni, condividendo dall’interno le mutazioni di quegli spazi che mettono in crisi il progetto contemporaneo. Infine l’architettura potrebbe trasformare il percorso da anti-architettura a risorsa, espandere il proprio campo d’azione disciplinare in una direzione a lei vicina, compiere un passo nella direzione del percorso» (Francesco Careri. Walkscapes. Camminare come pratica estetica, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 2006).

Guido Cipolletta

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1 commento»

  Eraldo Taverni wrote @

Sono uno studente che non ha partecipato all’escursione a Capannori del 12 Maggio 2011, ma ho visitato per conto mio il paese, cercando di seguire il percorso dell’escursione, basandomi sulle foto degli studenti, e facendo qualche “fuori pista”.
Dopo la mia escursione, posso dire che Capannori è molto simile al mio paese (San Miniato Basso, in provincia di Pisa), perché camminando puoi raggiungere facilmente tutte le parti della città, nel senso che è tutto a portata e basta muoversi un pochino per raggiungere qualsiasi luogo del paese. Ho molto apprezzato la piazza davanti alla chiesa, da dove sono partito con la mia escursione: è uno spazio piacevole, anche se è all’incrocio delle due strade più importanti di Capannori. Dopodiché ho visitato il parco e devo dire che mi aveva fatto più impressione a vederlo dall’alto, quando facevo la planimetria 1:2000 dell’esercitazione 3.0; a parte questo, mi piace l’idea del parco e come è strutturato, anche se in una città piccola come Capannori, perché è un luogo dove ti puoi rilassare e godere il panorama dell’aperta campagna, anche se penso che i cittadini di Capannori non ne fanno uso più di tanto. Poi sono arrivato alla piazza davanti il municipio e, sinceramente, è come se mi fossi ritrovato in un altro luogo: i viali forse troppo larghi, il resto della piazza tutto a parcheggio e il municipio con quella struttura un po’ strana; forse potevano sfruttare meglio tutto quello spazio. Una cosa che ho notato di Capannori è che “vuole assomigliare ad una grande città”, nel senso che mentre il municipio e gli edifici lì vicini sono fabbricati abbastanza alti e voluminosi, basta uscire poco dal centro che si trovano case singole a un piano, un po’ sparse e alcune anche un po’ “malandate”; comunque si identifica bene il centro di Capannori con la periferia. Una cosa piacevole di Capannori è che si può scorgere di tanto in tanto gli spazi aperti della campagna, che danno l’impressione di essere in mezzo al nulla (non più di tanto però), considerando che Lucca è a meno di venti minuti da Capannori. A questo proposito, secondo il mio modestissimo parere, sarebbe meglio progettare per Capannori un piano che rende conto di spazi aperti organizzati e la costruzione di edifici che non tappino più di tanto il panorama che si intravede da Capannori.

Eraldo Taverni


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