Il blog del corso di Progettazione Urbanistica

La riparazione della città diffusa

Sopralluogo Capannori

Purtroppo Capannori non mi ricorda la campagna dei nonni, né tanto meno ho avuto l’impressione di attraversare un paesaggio immerso in una natura bucolica e pittoresca.

Certamente i presupposti ci sono tutti, ed è possibile cogliere anche qualche bello scorcio con la macchina fotografica su dei campi o prati, tuttavia l’impressione principale è la mancanza di un organizzazione spaziale che coniughi le preesistenze storiche ed i caratteri identitari del luogo con le più recenti pianificazioni.

Con questo non intendo dire che tutto ciò che è vecchio è da considerarsi patrimonio, mentre il nuovo è sinonimo di brutto. Al contrario, credo che l’area che abbia più bisogno di una rivalorizzazione sia proprio quella prospiciente alla stazione di Tassignano, laddove si conservano in qualche modo gli stili abitativi di una società precedente all’industrializzazione, e che risponde a delle esigenze e delle caratteristiche che oggi giorno non trovano luogo.

Le aggregazioni abitative sviluppate su corti composte da più nuclei familiari, e la vicinanza strettissima con le strade poderali, sono un forte segnale di appartenenza al territorio, ma che purtroppo non se ne coglie il pregio. Ad esempio la strada, la cui destinazione originaria rispondeva a determinate portate di traffico e non prevedeva i mezzi a motore, aveva ragione di esistere proprio perché così vicina alle entrate degli edifici, mentre oggi non si fa a meno di notare che questa caratteristica è un evidente difetto.

Le corti stesse delle case contadine, sono state realizzate per un determinato motivo sociale, che è quello dell’aggregazione e della condivisione, e molto probabilmente ogni corte era abitata da persone legate per via di parentela stretta se non strettissima.

Oggi invece quelle corti rispondono ad esigenze moderne, che sono quelle della determinazione di proprietà e che male si coniugano con la destinazione originaria. Infatti possiamo vedere come i proprietari cerchino di suddividere le aree esterne di proprietà della singola abitazione, con barriere simboliche, come vasi di piante, siepi, addirittura diversi tipi di pavimentazione. L’effetto è decisamente diverso da quello di uno spazio unitario collettivo come pensato originariamente, che a mio parere, potrebbe essere un ottimo intervento di riqualificazione di questa porzione di Capannori.

Spostandoci verso il “centro” si notano palesi assenze di opere assolutamente necessarie come i marciapiedi, ma la mancanza principale è proprio quella del “centro” il che non sarebbe neanche un problema se la città fosse formata da più centri, purtroppo però Capannori non ne possiede nessuno.

La piazza con la chiesa non mi ha trasmesso quasi niente, forse per la mancanza di utilità, probabilmente mi sbaglio, ma credo che sia percorsa dagli abitanti soltanto la domenica per la messa ( o almeno per quelli credenti). Quindi per ovviare a questo problema accanto gli è stata posta una scuola elementare, non tanto perché quello è il luogo migliore come centralità, ma proprio per donare a quello spazio urbano, un senso del vivere, che a mio avviso è stato tralasciato completamente.

Così come quei giardini pubblici che ricalcano alla perfezione il luogo comune del verde pubblico di periferia. Siepi ed alberi disposti geometricamente su disegno del progettista, (che probabilmente si è preoccupato che il suo giardino sia carino solo vedendolo dall’elicottero o con google maps), e poi un mitico anfiteatro posto su una piccola collinetta erbosa. Perché un anfiteatro? Seriamente non riesco a darmi una spiegazione, e la giustificazione di relazionarsi con il passato o altre cose simili non bastano, credo che quel piccolo anfiteatro all’interno del giardino pubblico sia un esempio di scarsa pianificazione oppure semplicemente di scarso uso della ragione del progettista.

Lorenzo Manara

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